Wednesday, May 24, 2006

UN RILASSANTE POMERIGGIO AL JFK

OK, niente panico. E’ solo questione di mantenere la calma, avere pazienza e sognare di essere già al di là dell’oceano a prendere un cappuccino schiumoso e una fetta di "Bread pudding" al Violet Café. Insomma non sarà poi così difficile, no?
La coda al check-in è lì, agghiacciante in tutta la sua concretezza reale e disumana. Inizia già all’esterno, al di fuori del Terminal e si snoda a mo’ di circuito di Adelaide all’interno. Davanti agl’occhi ho un ammasso di gente in sfolgoranti abiti e l’espressione inebetita dall’attesa. Chiudo gli occhi nell’assurda speranza che si tratti solo di un incubo, un effetto ottico, provocato, chessò, da un eccesso di caffeina, ingurgitata prima di prendere il taxi. Quando riapro gli occhi, l’ammasso di umani è ancora lì. Anzi sembra addirittura aumentato, come se, mentre distraevo la mente, altra gente fosse segretamente saltata fuori da valige e toilette. Ovunque volga lo sguardo, ci sono corpi dotati di zainetti da ferrata e tracolle che straripano che spingono bauli e trolley dalle rotelle cigolanti. Mi è già venuta voglia di un altro caffè ma naturalmente al JFK amano l’approccio spartano e fintanto che non esaurisci tutti i tuoi doveri di viaggiatore, non ti permettono neanche di sederti. I punti ristoro sono tutti oltre le barriere del controllo doganale e verso le 18.00 comincia il rito della chiusura, tanto per rendere il tuo soggiorno al Terminal piacevolissimo.
Quando finalmente arrivo al bancone del check-in, decisamente provata dall’esperienza, una tipa che sembra essere un tutt’uno con lo sgabello dove ha appoggiate le chiappe, dal capello unto e l’occhio porcino, comincia a scrutare con occhi goffi alla ricerca della mia prenotazione. Passa in rassegna la lista di nomi e cognomi e poi ricomincia da capo, allungandomi l’agonia, mentre io voglio un caffè, un maledetto caffè per scaricarmi dallo scheletro l’effetto sedia elettrica che mi ha accompagnata durante l’attesa.
Ce l’ho quasi fatta. Sto per varcare, eroica, i pannelli del metaldetector dopo aver riempito sette scatole di plastica con i miei possessi che stanno per sparire dentro il tunnel a raggi X, trasportate dal tapis roulant.
Il recupero delle mie proprietà richiede parecchio lavoro e intanto mi giunge all’orecchio quella cara vocina che dice che stanno già imbarcando il mio volo. Devo semplicemente "volare" al gate. Salta la pausa caffè, rimandata a bordo. Dovrò accontentarmi di quella brodaglia che sa di cicoria bruciata.
Ci siamo. E’ tutto pronto al decollo ma dopo mezz’ora siamo ancora fermi. Dopo un po’ il comandante annuncia che ci sono quindici Boeing 467 davanti al nostro e l’operazione di sgombero richiederà una quarantina di minuti. Era proprio quello che ci voleva, un bel ritardo di un’ora per riprendersi dallo shock della snervante attesa.

2 Comments:

Anonymous Gian said...

Pazienza! Pazienza! Pazienza!

1:58 AM  
Blogger Nikita said...

Eh, eh ce n'è voluta parecchia per sopravvivere.

5:45 PM  

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