Wednesday, February 01, 2006

FRENCH BISTRO


In uno dei miei pellegrinaggi a zonzo per la città ho notato un piccolo e romantico “French Bistro”, un raro pezzetto di vera Francia, dimenticato lì quasi per una svista.
E mi dico: - Bisogna provarlo -, così il giorno dopo, voilà, sono già all’entrata in preda ad un attacco di francesite.
Una volta dentro, sin dalla prima occhiata, ti senti subito a Parigi. Vecchie tavole di legno scuro per terra, specchiere ossidate sui muri, che se ti dai un’occhiatina, così tanto per controllare, ti metti ad urlare dalla paura e poi il bancone del bar, un vero pezzo forte: un autentico bancone proveniente dallo smantellamento di un vecchio Jazz Club di Harlem.
E l’atmosfera così vivace, frizzante con quel vociare sommesso ma allegro e l’accento francese che si mescola a quello irlandese, insomma molto ville lumiere. Ci accomodiamo in un micro-tavolo con lumino, di quelli che se non sei un seguace del Galateo, finirà inevitabilmente a sgomitate con il vicino. La cameriera, una florida ragazza dal bel balcone fiorito, si affannava a prendere le ordinazioni esponendo le sue gloriose protuberanze agli occhi dei clienti che dimostravano un certo interesse. Mentre mi crogiolavo in questo ambiente un po’ bohemien e la band suonava un pacifico jazz dal tocco sensuale, osservavo gli altri commensali, così, tanto per vedere con chi stavo per condividere la serata. Al tavolo più grande sedeva un gruppetto di persone: due donne, un travestito e quattro gay. Le donne, non si capisce bene se per protesta o per sottolineare la loro femminilità,per via del travestito, portavano il cappello. Considerato che dentro il locale c’erano i soliti quaranta gradi e l’aria disponibile, viste le dimensioni, non era poi così tanta, va da se' che bisogna stare belli coperti. Ecco perché una delle ragazze aveva un cappello di peluche leopardato a tesa larga e l’altra una specie di calzamaglia di lana merinos calata fin giù sulla fronte.
Ad un tavolo di distanza dal mio sedeva quello che poteva essere l’incrocio tra il cantante degli Strokes e Nino Castelnuovo nel periodo in cui saltava la staccionata per via dell’olio Cuore. Intanto la cena procede con piatti, oserei dire, prelibati. La coppia di anziani, tenerissimi, Lei indossava la cuffietta di Tazio Nuvolari quando vinse il Gran Premio di Nizza nel 1935, Lui parlava del tramonto sulla portaerei. Bei ricordi.
Mio Dio! Il dessert e’ semplicemente divino. Ho ordinato la Tarte au chocolat con cuore di cioccolato fondente/rovente, con il quale mi sono provocata delle ustioni di settimo grado sulla lingua che ho lenito con il gelato alla vaniglia che l’accompagnava.
Gran finale con lo spilungone sbronzo seduto al bancone del bar (quello del club di Harlem) a sparare cazzate completamente prive di senso.
Tutto sommato una bella serata.

4 Comments:

Anonymous Felson said...

Fantastico questo post. Mi hai infilato in una strettoia: da una parte la voglia di vedere quel posto. Dall'altra invece la voglia di evitare simili clienti:-)
Hai un'ironia caustica che mi fa impazzire:-)

3:05 PM  
Blogger Nikita said...

Eh, la penna va, l'inchiostro finisce e lo sostituisco con il vetriolo.

10:07 PM  
Anonymous peppermint.nicole said...

Jazz, jazz, jazz...
Ci sto preparando la tesi di laurea. Un lavorone!

4:57 PM  
Blogger Nikita said...

peppermint.nicole: pero' dev'essere entusiasmante, no?

11:34 PM  

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