Tuesday, November 21, 2006

TANGLED UP IN BOB


Natalie Goldberg, vi dice niente questo nome? La scrittrice di Taos? La musa ispiratrice per menti arrugginite? E’ un’autrice che ho scoperto qualche anno fa e ha giovato a miei esercizi di scrittura. Con il suo lessico semplice e fresco arriva dritta al punto senza tanti preamboli e lezioni di manierismo. I suoi libri si leggono volentieri e con avidità, impazienti di mettere in pratica i suoi insegnamenti.
“The Zen and the art of writing “ o “Writing down the bones” e ancora “Wild Mind” sono manuali che aiutano a disincrostare la materia grigia, rendendola disponibile all’ispirazione e la creatività.
Qualche giorno fa ho incontrato Natalie alla presentazione del documentario “Tangled Up in Bob” di Mary Feidt, in cui lei stessa e’ la protagonista e ci accompagna in un sintomatico, a tratti malinconico, viaggio alla ricerca di Bob Dylan, il Bob Dylan uomo, depurato da quell’aurea di miticismo che lo ha fatto conoscere a generazioni di giovani ribelli. Bob il ragazzo riccioluto che a 16 anni cantava come un forsennato “Jenny, Jenny” di Little Richard alla recita della scuola, Bob il fanciullo di Hibbing, Robert Zimmerman per intenderci, ovvero il giovincello che creò la sua stessa leggenda.
Quando mi siedo, la platea e’ gia’ gremita di gente e ho la fortuna sfacciata di avere accanto a me l’ennesimo soggetto in fuga dal reparto di neurologia che rallegra la visione con commenti e risatine effervescenti.
Il viaggio comincia. Natalie arriva dopo una gita in auto durata quattro ore che dall’aeroporto l’ha portata, a Hibbing, la patria del poeta del rock, una cittadina di minatori dalla pelle fuligginosa e lo humor dei fratelli Cohen in “Fargo”. Qualcosa e’ cambiato da quando Bob se n’e’ andato, qualcosa e’ rimasto, di sicuro lo spirito della gente ha resistito a qualunque tentativo di influenza straniera e attacco culturale. Incontriamo BJ Rolfzen, l’insegnante di inglese di Bob ai tempi del liceo, forse colui che ha, in qualche modo, influito sulle sue abilità artistiche e di capace comunicatore di stati d’animo che dimostro’, in seguito, attraverso i testi delle canzoni, in grado di suscitare con le parole una gamma emozionale mai riscontrata prima nella musica popolare. L’ottuagenario signore che si abbandona ad un veleggiare placido tra le memorie, ci ricorda che l’ex menestrello del Greenwich Village non e’ più il giovincello che la maggioranza ha infisso nella mente, con la testa selvaggiamente riccioluta e impaccato in quella giacchettina di pelle striminzita mentre canta “Blowin’ in the wind”, Bobby ha la sua veneranda età e ce ne da’ conferma anche l’incontro con il suo miglior amico dell’epoca, John Bucklen, canuto e rugoso al punto giusto da offrirci il ritratto della terza età.
Mentre affondo nella poltrona, i racconti continuano e la figura di Bob, l’umano, comincia a prendere forma. La prima cotta con la biondina platinata e le sopraciglia depilate, accentua ancora una volta il concetto di normalità. Sì, anche i miti inciampano nelle debolezze proprie dell’essere umano. Si lasciano sopraffare dai sentimenti e magari ci stanno pure male. Di questa love story, rimangono le romanticissime lettere che il cantante scrisse all’amata, gelosamente custodite nelle mani della stessa, eclissatasi dalla scena, perché il primo amore non si scorda mai. La neve e’ alta e copre il tetto della casa natale dove all’interno, la carta da parati originale e’ stata riportata agli antichi splendori. Parlano alcuni ex-compagni di scuola che non diventarono mai suoi fan ma conobbero “il ragazzo” in tempi non sospetti. Una vita, quella di Dylan nei panni dell’uomo comune, quasi noiosa, trascorsa tra la sinagoga, la scuola e il negozio di papà.
Inoltrandosi in questo viaggio, Natalie protagonista/intervistatrice, scopre anche qualcosa di molto importante che va al di là della ricerca originale e la investe in prima persona:
ognuno di noi e’ spinto ad inquisire sulle proprie origini e l’ambiente in cui e’ cresciuto spinto da un’irrefrenabile voglia di scoprire la propria essenza. La scena cambia, ci troviamo a miglia di distanza, a Famingdale, Long Island, sua città d’origine. Ci sono ancora tutti i suoi punti di riferimento: la ferrovia, il bar di suo padre, la casa … ma la sua “anima”…non e’ più lì.
Le luci si riaccendono, Natalie e Mary salgono sul podio a ricevere gli applausi che si sono egregiamente meritate e si rendono disponibile alle domande del pubblico compiaciuto.

5 Comments:

Anonymous OBY said...

Ciao Nikita, ho visto che come prossimo film da vedere hai messo "the prestige" di christopher nolan..sono proprio curioso di sapere cosa ne penserai, perchè .. vabè non ti dico niente. Sono curioso di sapere cosa ne penserai.
Riguardo al post, io Bob Dylan l'ho vissuto come "il mito di cui tutti parlano ma che sei troppo giovane per conoscere", e a dire il vero personalmente conosco proprio le due canzoni più famose. Non parliamo della scrittrice che nomini nell'articolo che neanche avevo idea di chi fosse :/ :)
Beata ignoranza? No in questo caso non molto beata, ignoranza e basta.

3:13 AM  
Anonymous mago said...

Hai pensato a raccogliere in un libro queste tue eseprienze americane? Sì, io penso di sì. Perchè con un leggero editing che ne asciughi qua e là alcune divagazioni che fanno perdere incisività, questo tuo blog potrebbe diventare un ottimo diario americano, di sicuro interesse per l'editoria.

4:06 AM  
Blogger rudido said...

ciao nikita, mmm the prestige (me lo stanno già raccomandando da un po').. ma dopo la delusione di insomnia diffido di nolan..

invece riguardo a "The Zen and the art of writing" perplessino

"Zen" per me è 1 parolaccia..

5:41 AM  
Blogger Francesco said...

arrivare dritti al punto senza tanti preamboli e lezioni di manierismo...beh, credo sia uno stile... di vita da seguire!

7:35 AM  
Blogger Nikita said...

oby: buongiorno Oby. Tutto bene in quel di Londra?
Ti faro' sicuramente avere le mie opinioni a caldo del film "The Prestige", sempre che lo vada a vedere. Da qualche settimana sto rimandando la visione perche' salta fuori sempre qualcosa all'ultimo momento.
mago: sai qual' e' il problema? Non ho amici ne amanti nell'editoria. Ad ogni modo grazie per pensarla a questo modo.
rudido: ti faro' sapere...
Riguardo la vita Zen, non ho nulla in contrario. trovo solo che sia impossibile da realizzare a NY piuttosto che a Londra, Milano e in generale in citta'. A meno che non si voglia identificare lo strombazzare degli automobilisti alle 6 del mattino come la campana tibetana.
Quali sono i motivi di perplessita' di "The Zen and the art of writing"?
francesco: gia', i fronzoli non portano da nessuna parte.

12:59 AM  

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